La prigione di pietra

Michele Porcaro, La prigione di pietra

“Mentre dalla nave i quattro amici guardavano i profondi abissi e osservavano le acque del mare color del vino, Polluce subito esclamò estasiato: «gli dei ci siano testimoni che siamo pronti per questa nuova avventura».”

Una storia ha l’enorme, indicibile, spregiudicato privilegio della scelta: esistere o non esistere. Non si pensi che questo privilegio della scelta sia affidato solo all’autore, che certo crede, pensa, costruisce, nutre la sua creazione: la scelta, in quanto atto profondamente intimo, è la storia stessa a compirla. Ed è una storia, quella di un uomo, l’oplita ateniese Archippide, la protagonista de La prigione di pietra, il romanzo d’esordio del giovanissimo autore Michele Porcaro. Siamo ad Atene, 415 a.C., in piena guerra del Peloponneso che vide opporsi Sparta e Atene per il controllo della Grecia. Il giovane Archippide è in procinto di imbracciare le armi ed imbarcarsi su una delle triremi dirette verso la Sicilia per la conquista di Siracusa. Gli allenamenti si susseguono, infanganti e terribili ma fieri, soddisfacenti; i racconti epici ed eroici dell’anziano nonno, Xanthos, e dello stanco ed affaticato padre Antisene, non fanno che accrescere quel naturale moto verso le armi, verso la guerra, verso la gloria eterna. Tutto è pronto: gli amici e compagni di una vita saranno al suo fianco durante la spedizione; la promessa di amore eterno verso colei che sarà sua moglie al termine della guerra è stata già sancita, sugellata in un abbraccio senza fine; i grandi condottieri Nicia e Alcibiade sono pronti per la spedizione. Resta solo, per il giovane soldato, consultare l’oracolo di Delfi per conoscere le sorti del suo destino: “mostrerai molto valore, e porterai alto il nome della tua famiglia, figlio di Atene. Ma il dio guarda nel tuo destino, e non sarai più lo stesso. Dal porto partirai ragazzo, ma tornerai come uomo”. La profezia, ermetica, ineffabile, si fissa nella mente di Archippide che ne resta fortemente turbato. Il viaggio è lungo, ricco di parole e di orazioni, di promesse di gloria e di ricchezze, di retorica e di iperboli. Ma la guerra è guerra, nessuna vittoria, nessuna gloria, nessuna retorica: vedrà cadere tragicamente, dilaniati dai colpi degli avversari, i suoi compagni e i suoi amici; assaporerà i colpi duri e taglienti inferti dai nemici; patirà la fame, la sete, il freddo, l’eterno sconforto; vedrà i suoi cittadini abbandonati dagli dei e soccombere definitivamente. Verrà imprigionato e trattato peggio di una bestia, senza nessuna luce, affiancato da cadaveri sempre più numerosi e putridi. La realtà lo vuole morto, questo è chiaro, ma sarà la tragedia a salvargli la vita di fronte ai soldati spartani in procinto di sopprimerlo. E sarà proprio la libertà a rendergli il conto più amaro, più terribile: la libertà lo condannerà alla vita in un mondo morto, in un mondo che non si ferma alla guerra, ma rinasce e rinnega.

Fra le pagine di questo romanzo una domanda sorge spontanea: perché un romanzo storico? L’intento dell’autore, in questo caso, è quello di unire il romanzo ad un contesto storico accuratamente ricostruito nei minimi dettagli, con descrizioni chiare ed esemplari, pur restando divulgative, tanto dei particolari (come l’armatura, la spada, e lo scudo) quanto delle vicende storiche. C’è un altro intento, a nostro avviso lodevole ed appassionante: spesso l’eco della storia, la mitologia e le spettacolari ricostruzioni odierne (per giunta spesso fallaci) ovattano, occultano, nascondono involontariamente i lineamenti di un popolo che – non dimentichiamolo – era composto prima di tutto da esseri umani. Qui, invece, è la psicologia – seppur, c’è da dire, non appieno costruita e distesa nella sua totalità –, l’essere umano, l’umanità del protagonista a relazionarsi con la città, con l’amore, con la gloria, con la guerra, con la morte, con sé stesso, con tutte le contraddizioni e le debolezze di un uomo di fronte alla realtà spoglia, di fronte al tempo inesorabile.  Ecco dunque che ci sono storie che oltre ad esistere dialogano e, interrogandosi, ci interrogano. Questa storia esiste, vive, procede, turba. E non possiamo che renderle grazie.

Luigi Bianco


Categoria: Narrativa

Editore: Lulu

Collana:

Anno: 2016

ISBN: 9781326767532

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2 commenti Aggiungi il tuo

  1. Angelo ha detto:

    Molto interessante il volume romanzesco. Da leggere. C’è bisogno di storie sulla storia.

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    1. louisbookworld ha detto:

      Assolutamente vero. Ha ancora molto senso scrivere romanzi storici!

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