Tempo di Libri – Milano

Da poche ore si è conclusa la prima edizione di Tempo di Libri, la fiera dell’editoria organizzata da Fabbrica del Libro e da Ediser, società di servizi dell’Associazione Italiana Editori, svoltasi a Milano in zona Rho fiera dal 19 al 23 aprile. Polemiche a parte legate ai numeri delle presenze all’interno della fiera e fuori (che comunque, in totale, ha raggiunto circa 72 mila presenze), chi vive o è soltanto passato nel capoluogo lombardo in questo mese avrà avuto il piacere di respirare un clima di festa e di gioia all’insegna della buona lettura e dei grandi autori e studiosi della letteratura contemporanea. La fiera si è svolta su 35 mila metri quadrati, con 524 editori, 720 eventi e circa 2000 ospiti fra scrittori, giornalisti e studiosi internazionali (numeri presi da La lettura, numero 281 uscito domenica 16 aprile). Notevole l’affluenza anche per Fuori Tempo di Libri, l’insieme di eventi (circa 100) organizzati fra Milano, Rho, Sesto San Giovanni e Monza.

Siamo stati a Tempo di Libri sabato 22 aprile. Entrando l’attenzione è stata catturata dall’odore di pagine inebriante e dalla miriade di gente che brulicava attorno a qualsiasi tipo di stand, alcuni sperduti con gli occhi immersi in una mappa, altri che correvano e si affrettavano, avidi di visitare e fagocitare il più possibile. Molti anche i bambini. Un clima, insomma, di festa generale. La vastità dello spazio espositivo, i grandi nomi che capeggiavano dall’alto (Rizzoli, Mondadori, Rai, ecc), gli innumerevoli libri in ogni angolo scrutabile con lo sguardo hanno fatto sì che, dopo un primo momento di smarrimento, ci gettassimo a capofitto fra i titoli più ricercati, come se fosse un’immensa libreria ove si potesse trovare, toccare, acquistare qualsiasi tipo di libro ci passasse per la mente. Passata la prima ora, e con essa la smania della corsa per il timore di non poter visitare tutto, abbiamo iniziato a passeggiare lentamente, fra stand di grandi e piccoli editori, come turisti sperduti in chissà quale città da ammirare con il beneficio del caso. Fra i tanti è da segnalare la bellezza, grandezza e vasta fornitura degli stand di Rizzoli, Mondadori, Feltrinelli, Einaudi, Garzanti, Bompiani; la raffinatezza e l’eleganza degli stand della Treccani e dell’Editoria Vaticana; la bellezza del piccolo ma delizioso stand degli Editori Laterza, ricco di libri densi e significativi attentamente scelti. Presenti anche molti editori della Graphic Novel, come Tunué, e stand rivolti ai più piccoli, come Artebambini. Per i quotidiani erano presenti Corriere della Sera, la Repubblica, Sole24Ore e la Stampa.

Come detto, moltissimi gli ospiti presenti alla fiera. Fra i molti ricordiamo Michela Murgia, Alberto Asor Rosa, Gianrico Carofiglio, Walter Siti, Roberto Saviano, Luis Sepulveda, David Grossman, e si potrebbe andare avanti ancora per molto. Ci preme però riportare qui, fra i tanti, due interventi in particolare, a nostro avviso molto carichi e ricchi, di due persone di notevole influenza in due ambiti alquanto differenti. Il primo è dello studioso, linguista, accademico della Crusca, filologo e lessicografo italiano Francesco Sabatini, che, inserito in una serie di incontri-interviste tenuti da la Repubblica, ha parlato della linguistica oggi. Sabatini ha integrato i suoi studi, nel corso degli anni, con gli studi sull’apprendimento linguistico dell’animale uomo da un punto di vista neurologico (importanti i passi avanti fatti nell’ultimo secolo e mezzo grazie alle scoperte di Broca e di Wernicke sulle aree cerebrali attive nel processo linguistico, dall’ascolto, all’apprendimento fino alla produzione linguistica). «Mentre la comunicazione è un’azione naturale dell’uomo» dice Sabatini, «con un distretto cerebrale propriamente dedicato, la lettura è un’invenzione storica – certamente antica di 5000 anni –  che consiste nell’insegnare ad una parte del nostro cervello [l’area occipitale] ad assimilare dei segni scritti e a codificarli in suoni». È un’azione attiva e faticosa, dunque, la lettura e l’apprendimento, e «non ha senso insegnare ancora la grammatica a bambini che frequentano le elementari, ma dovrebbe essere “presa in mano” a partire dalle medie» conclude con una velata critica al sistema di insegnamento scolastico. Tante le battute e gli aneddoti raccontati nel corso del confronto (fra tutti le abbreviazioni utilizzate oggi che nulla hanno di “moderno” e “innovativo”, ma sono esattamente la stessa cosa dei segni e simboli usati in antichità). E alla domanda «previsioni sulla lingua italiana fra cinquant’anni?» la risposta, con un sorriso a mezza bocca, è «vige una regola fra noi linguisti: mai fare previsioni!».

Nella sala Tahoma invece, si è svolta la conferenza dello scrittore, romanziere israeliano Abraham B. Yehoshua. L’occasione è stata la nuova edizione Super ET di Einaudi del suo romanzo La comparsa. Lo scrittore ha risposto a tutte le domande, qualche volta incalzanti, del giornalista Wlodek Goldkorn, andando volutamente spesso fuori tema preferendo un approccio maggiormente generale. Solo inizialmente si è parlato del romanzo e della sua protagonista, Noga, una donna che prende la decisione di non avere figli, e per questo viene lasciata dal marito. In questa occasione Yehoshua confessa di metterci almeno quattro o cinque mesi per scrivere le prime 30 pagine di un romanzo, «un tempo enorme se si pensa alla scorrevolezza con cui scrivo tutte le altre. Questo perché», dice, «è nella narrazione iniziale che c’è tutto il romanzo. […] molto spesso scrivo e non comprendo appieno dov’è il nodo centrale. Vado oltre. Termino il romanzo. Ecco allora che mi rendo conto, guardando indietro, che la chiave – key – era nelle prime pagine. E io non lo sapevo!». Poi si passa alla scrittura e del perché scrivere: «si scrive un romanzo perché si vuole raccontare. Punto e basta» e «negli anni ho notato come ci sia stata la tendenza a scrivere di matrimoni infelici, come se ci dovesse essere la fine per forza. Io non ci credo: […] la mia vita è stata lineare per non dire piatta, ma ho vissuto un matrimonio felice, 52 anni insieme sempre alla stessa donna, che purtroppo è venuta a mancare sei mesi fa e ancora ne porto il lutto». Terminato il discorso Goldkorn incalza con domande meno letterarie: «torneresti mai a Gerusalemme?» e risponde, in un inglese chiaro ma sempre più caldo e febbricitante: «no, non tornerei mai più a viverci. Me ne sono andato in accordo con mia moglie tantissimi anni fa […], ammetto che per me vuol dire tanto e ci torno spesso, ma dopo qualche giorno devo andare via», e finisce con un appello: «Gerusalemme sta vivendo un momento davvero difficile da qualche anno ormai. Dobbiamo capire che Gerusalemme appartiene a tutti, Gerusalemme appartiene a noi, all’Europa, all’Italia e al mondo. Non possiamo restare indifferenti».

Tempo di Libri si conclude qui, con delle criticità da migliorare, certamente, ma molti punti di forza da cui partire l’anno prossimo (è già stato annunciato che la seconda edizione si farà fra un anno, in primavera 2018). E per citare Chiara Valerio, responsabile del programma generale, diciamo che i numeri ci infastidiscono, ma se proprio vogliamo tirarli in mezzo possiamo dire che «sei mesi fa c’era una intenzione e adesso settantamila persone hanno condiviso quell’intenzione. Significa che il prossimo anno Tempo di Libri non partirà da 0 ma da 70mila». Ricordo che una persona, a me carissima, mi disse che l’Italia è l’ultimo Paese europeo per numero di libri scritti in un anno. Dunque si scriva, qualsiasi cosa va benissimo, purché si scriva. E allora è con quest’ottica che ci lasciamo: la lettura è davvero un bene prezioso. Che si facciano, allora, tutte le fiere dedicate ai libri possibili. Viva Milano, che ha ospitato questa bella iniziativa, viva Tempo di Libri, che è riuscita a far condividere l’amore per la lettura, viva i libri, che nonostante tutto ci sono e resteranno. E arrivederci all’anno venturo!

Luigi Bianco

Pubblicazione su I-Libri

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